What’s it worth?

Quanto vale?

Negli ultimi anni, più che all’esaurimento delle fonti non rinnovabili del pianeta si pensa ai costi.

Lo scorso autunno, prima di entrare nell’aula del suo corso di scienze ambientali, il prof. Stephen Porder aveva strappato i fogli utilizzati per la lezione introduttiva dell’anno precedente. “I fondamentali stanno cambiando”, dice Porder, che insegna negli Stati Uniti alla Brown University. “È raro che si verifichi un cambiamento così radicale”.

Negli ultimi due anni alcune nuove tecnologie, come l’estrazione del petrolio da sabbie bituminose e la fratturazione idraulica, o “fracking”, per la cattura del gas naturale, hanno spinto gli scienziati a rivedere al rialzo le stime sulle riserve mondiali di petrolio e gas.

Voci autorevoli avevano previsto il picco del petrolio tra il 2000 e il 2020. “Oggi non ne siamo più così sicuri”, commenta Porder. La domanda fondamentale non è più quanto combustibile fossile rimane, sostiene Porder, ma piuttosto: “Quanto siamo disposti a spendere per estrarlo?”.

Questo porta a una seconda domanda: “Quanto siamo disposti a bruciare?”. Dall’inizio della rivoluzione industriale, la combustione dei prodotti fossili ha aumentato del 30 percento circa la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera.

Non è passato molto tempo da quando i responsabili delle politiche concentravano i propri sforzi per prevedere quando il pianeta avrebbe completamente esaurito le sue risorse fondamentali – sia che si trattasse di petrolio, legno, oro, neodimio (utilizzato, per esempio, per gli auricolari degli iPhone) o litio (impiegato per le batterie ricaricabili). Secondo Porder, la tecnologia complica il concetto di scarsità. “Temiamo che la scarsità induca a fare danni peggiori, nel tentativo di trovare nuovi metodi per estrarre quelle risorse che erano abbastanza facili da ottenere”.  Allo stesso tempo, è preoccupato che la carenza possa avere conseguenze devastanti per le popolazioni vulnerabili, quelle che non dispongono di risorse essenziali, come i combustibili fossili e i fertilizzanti.

Manish Bapna, del World Resources Institute, concorda con l’analisi di Porder: “La tecnologia può rendere alcune risorse economicamente più accessibili, ma il pianeta pone dei limiti che in effetti indicano che non possiamo estrarre tutte quelle risorse”. Bapna è vice presidente esecutivo dell’Istituto, un’organizzazione internazionale non profit, con sede a Washington, D.C., che opera per proteggere l’ambiente e migliorare la vita delle persone. “Le innovazioni tecnologiche ci permettono di aumentare la capacità estrattiva, ma spesso hanno pesanti ricadute sull’ambiente”.

Secondo Bapna, scoprire patrimoni energetici comporta vantaggi e svantaggi. Vari paesi scoprono sistematicamente nuove fonti che sembrano preludere a un grande benessere — in Mongolia sono stati di recente scoperti l’oro e il rame, in Afghanistan è stato trovato il petrolio, mentre in Bolivia si estrae il litio. Troppo spesso, però, lo sfruttamento di tali risorse non porta l’auspicata prosperità, soprattutto a causa di una cattiva gestione.

“È quasi una sventura”, commenta Bapna. “Spesso i paesi scoprono di possedere risorse preziose, ma agiscono in modo inefficace per ridurre la povertà e migliorare le condizioni di vita”.

In questo scenario, un’altra sfida consiste nel coniugare gli interessi individuali e nazionali con le priorità globali. “Il sessanta percento della deforestazione mondiale avviene in Brasile e in Indonesia”, osserva Bapna. Gli interessi del settore agroindustriale dei due paesi inducono a distruggere la foresta pluviale per aumentare le coltivazioni con valore economico, il che può essere utile in termini di profitto, ma negativo sul piano del cambiamento climatico.

Riguardo alle politiche, ridurre la deforestazione è spesso economicamente più efficace della conversione all’energia pulita. Tuttavia, sebbene sia stata tentata la strada degli incentivi economici nelle zone rurali del Brasile e dell’Indonesia, per Bapna “implementare il sistema su larga scala si è rivelato dispersivo”. (Nota positiva: negli ultimi cinque anni il Brasile ha notevolmente ridotto il tasso di disboscamento).

Pensando alla geopolitica delle risorse naturali, a Porder viene in mente il Marocco, visto il suo importante ruolo nella produzione di fertilizzanti. Se nel 2050 la Terra sarà abitata da 10 miliardi di persone, che saranno più abbienti e consumeranno più carne, la produzione alimentare dovrà aumentare del 70 percento rispetto ai livelli attuali. “Non c’è altro posto per espandere le aree coltivabili che non siano i deserti o le foreste pluviali. E nessuno vorrebbe ridurre ulteriormente la foresta pluviale”, commenta Porder.

Quindi, quali possibilità abbiamo? L’unica opzione sembra essere quella di un’agricoltura più intensiva – che richiederà enormi quantitativi di fertilizzanti. I due componenti più critici dei fertilizzanti sono l’azoto e il fosforo. Secondo Porder, “la società moderna è basata sull’alterazione dei tre cicli biogeochimici: il ciclo del carbonio, il ciclo dell’azoto e quello del fosforo”.

L’azoto non rappresenta un problema. “Dall’aria possiamo ricavare quanto azoto vogliamo. È sostanzialmente infinito”, dice Porder.

Il fosforo, invece, sembra essere una risorsa limitata. Più della metà delle riserve mondiali si trovano in un unico paese, il Marocco. In un pianeta affamato e sovrappopolato, il fosforo del Marocco varrà più dell’oro? O le nuove tecnologie cambieranno ancora una volta le nostre prospettive?

Sarà il tempo a dirlo. Intanto a Porder toccherà di stracciare altre lezioni prima che queste domande trovino delle risposte.

 

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